Infermiera consegue il dottorato di ricerca in Psicologia

L’importante traguardo del dottorato di ricerca è stato tagliato, per la prima volta a Parma, anche dalla professione infermieristica. Il merito è di Rachele La Sala, infermiera dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, che nei giorni scorsi ha conseguito il dottorato di ricerca  in Psicologia con la tesi “Modello assistenziale tradizionale e integrato a confronto: outcomes bio-clinici e psico-socio-relazionali del paziente con sindrome coronarica acuta ” .

 

Tutto è partito quattro anni fa quando, con il sostegno dell’Ipasvi – Collegio Infermieri di Parma, è stata attivata una collaborazione, tra il settore Formazione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Parma, finalizzata ad attività di ricerca infermieristica.

«Partendo dal presupposto che la psicologia è una disciplina che può avere affinità con l’infermieristica per la competenza relazionale ed educativa abbiamo valutato assieme la possibilità di far concorrere i professionisti infermieri al dottorato. – spiega Giovanna Artioli, responsabile del settore Formazione dell’Azienda Ospedaliera – Nel primo concorso, quattro anni fa, è entrata in graduatoria la dr.ssa La Sala. Ma non è l’unica. Successivamente altri due infermieri sono entrati nel percorso del dottorato».

 

«Il conseguimento di un dottorato da parte di un’infermiera è un grande risultato – commenta Paola Siri, presidente dell’Ipasvi di Parma – e vorrei che fungesse da stimolo per tutti gli infermieri, a migliorare costantemente il proprio livello di qualificazione professionale, per dare un miglior contributo al processo di cura».

 

«La ricerca che ho condotto per il dottorato – racconta La Sala – era di tipo quasi sperimentale, finalizzata a valutare gli effetti del modello di assistenza tradizionale a confronto con il modello che utilizza il nursing narrativo. La ricerca è stata condotta nell’Utic (Unità di terapia intensiva cardiologica) dell’Ospedale Maggiore dove sono ricoverati pazienti infartuati ad alto rischio di recidiva. L’obiettivo era indagare se gli infermieri utilizzavano prevalentemente prestazioni tecniche o se univano anche la componente relazionale nel rapporto col paziente».

 

Il risultato della prima indagine ha evidenziato come, in effetti, il modello assistenziale in UTIC sia prevalentemente di natura tecnica. Il secondo studio invece è stato condotto dopo che gli infermieri dell’Utic avevano svolto un percorso formativo orientato ad un modello di assistenza integrata, cioè alle prestazioni tecniche viene unito il colloquio narrativo, ossia una relazione di tipo educativo con il paziente, rispetto alla patologia di cui soffre.

 

«Spesso – spiega La Sala, infermiera con 15 anni di lavoro in reparto e da tre anni “tutor coordinatore d’anno presso il settore Formazione dell’Azienda Ospedaliera di Parma – si sottovaluta il fatto che i pazienti, per svariati motivi, non seguono appieno le terapie prescritte dimenticando, volontariamente o meno, di assumere i farmaci indicati e di non seguire corretti stili di vita aumentando, quindi, il rischio di recidiva. Dunque è utile soffermarsi con loro e approfondire i vari aspetti della patologia e delle terapie. Il secondo studio ha permesso di evidenziare i miglioramenti nella pratica assistenziale: gli infermieri formati, secondo il nursing narrativo, erano più orientati verso l’attività psico socio relazionale rispetto agli altri».

 

«In conclusione – specifica la neo-dottoressa di ricerca – si sono dimostrate le attese di questa ricerca: ossia che con l’approccio del colloquio narrativo si può migliorare l’orientamento alla salute dei pazienti. Ci possono essere due ricadute concrete di questa ricerca: da un lato un miglioramento della pratica assistenziale, dall’altro l’avvio di un percorso formativo vero e proprio che permetta agli infermieri di sviluppare le competenze del colloquio narrativo con il paziente e i familiari. Quest’ultimo aspetto è previsto nei profili professionali dell’infermiere ma ancora poco agito nella realtà. Va detto che la ricerca è durata tre anni e non è ancora conclusa. Ora l’intenzione è di pubblicare le tesi, anche a livello internazionale, e socializzare i risultati a seminari e congressi».

 

«La collaborazione con il dipartimento di Psicologia è positiva  – riprende Artioli – in quanto il dottorato fornisce gli elementi metodologici essenziali per condurre una ricerca che, in questo caso, ha sviluppato tematiche sanitarie, utili anche all’organizzazione del lavoro».

 

«Direi che un aspetto da sottolineare – conclude Artioli – è che l’esito di questo dottorato è una conferma e uno stimolo anche per gli infermieri nello sviluppare la triade dell’impegno in sanità: formazione, ricerca e assistenza. Questi tre filoni dell’operato professionale sono intrecciati tra loro e vanno perseguiti assieme, poiché ognuno migliora l’altro».

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